L’INCOGNITA SUL FUTURO DELLA NATUROPATIA
Nonostante le precisazioni dell’OMS, in Italia gli operatori non medici non costituiscono una realtà riconosciuta. Ma anche le varie discipline naturali dovrebbero rinunciare alla pretesa di unicità
Gli operatori della salute non medici devono essere considerati una risorsa sostenibile e di valore per tutti i paesi del mondo e l’utilizzo di questi operatori nel sistema primario della cura, in stretta collaborazione con gli operatori della medicina convenzionale, contribuisce ad ottenere sistemi di salute più pratici, efficaci, e culturalmente accettabili. Beneficiare del meglio della medicina non convenzionale e di quella convenzionale e di una collaborazione efficiente e fattiva tra i due campi, è un diritto irrinunciabile del cittadino e della comunità”.
Questa è la precisazione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità che viene ignorata dalle autorità del nostro paese. Nella maggior parte dei paesi della comunità mondiale sono stati adottati i consigli dell’OMS; in molti stati della comunità europea gli operatori non medici o sono una realtà riconosciuta o sono ben visti; in alcuni casi sono tollerati, ma mai ostacolati. Essi contribuiscono con la loro professione ad aiutare la popolazione e ad alleggerire i bilanci dello stato nel capitolo della spesa sanitaria. Nella relazione Lannoye-Collins al Parlamento Europeo - alle pagine 13, 14, 15, paragrafo 5 - viene espressamente citato il fatto che in Europa si è preso atto della esistenza dei “praticioners” non medici, e si ribadisce che tutti gli stati membri dovrebbero consentire al piu’ presto un’armonizzazione di tali operatori, ribadendo inoltre che tali metodiche non possono essere definite esclusivamente sotto la tutela del corpo medico e dei suoi organismi rappresentativi nazionali ed europei, nella misura in cui le “nuove” discipline presentano un approccio autonomo e specifico.
Nel novembre 2007, il Governo italiano con il Decreto Legge n. 206 da attuazione alla direttiva europea 2005/36/CE, riguardante la riforma delle professioni, e all’articolo 26 della stessa, si legge “...vengono sentiti, se si tratta di professioni regolamentate, gli ordini, i collegi o gli albi, ove esistenti, e, in mancanza, le associazioni rappresentative sul territorio nazionale, se si tratta di professioni non regolamentate in Italia, le associazioni rappresentative sul territorio...”.
Nel nostro paese a partire dagli anni settanta si sono via via materializzate numerose associazioni di Naturopati o di Operatori delle Discipline Naturali: vi è stata, per così dire, una proliferazione, un po’ come è avvenuto per la “politica”, forse proprio perché, a causa delle molte elezioni, la politica è entrata nelle associazioni attraverso le solite “promesse elettorali” e, come nella politica, anche nell’esercizio della Medicina Naturale ora... regna il caos... Al di là dei prossimi risultati alle elezioni politiche, resta il fatto che i responsabili dei vari gruppi delle Discipline Naturali dovrebbero trovare il coraggio di rinunciare alle pretese di essere gli unici detentori della visione olistica dell’uomo. Sappiamo che il mondo delle discipline naturali è un mondo complesso perché complesso, ma la complessità non può essere una scusa sufficiente ad impedirci di realizzare il progetto della creazione di una figura professionale così come è intesa e raccomandata dall’OMS. Sappiamo anche che ogni evento procede seguendo le semplici leggi universali, è la nostra mente complicata che non riesce a coglierne l’essenza. Prendiamo ad esempio il meccanismo di funzionamento della medicina ufficiale, accademica, e confrontiamolo con la medicina naturale (o alternativa, ecc…). Un medico, dopo essersi formato all’università sceglie la specializzazione che più gli è consona e, proprio perché la sceglie, sarà per lui fonte di soddisfazione, ne farà un’arte e non si sentirà contrapposto ad altri suoi colleghi che hanno scelto altre specializzazioni accettando di fatto la suddivisione dei compiti. Ciò non avviene nel mondo della medicina naturale, dove in tutte le discipline l’uomo viene considerato nel suo complesso e tutte hanno, per così dire, la stessa base filosofica: in ogni “specializzazione” vi è la visione olistica dell’uomo. E’ questa, a mio avviso, una grande forza che, se imparassimo ad usarla, potremmo sicuramente imporci a livello istituzionale e diffonderci a livello sociale. Riporto un tratto delle considerazioni di Roberto Benvenuti scritte nel suo importante articolo apparso sul precedente numero della nostra rivista dal titolo “Uniamo le nostre forze per uscire dall’ombra” dopo la descrizione di come funziona la suddivisione nel mondo della medicina ufficiale: “...
Tale naturale parcellizzazione, suddivisione, è vissuta senza grandi traumi dal mondo accademico dei medici perché, proprio per loro “forma mentis”, non soffrono suddividendo. Sappiamo che il mondo del naturale, invece, contesta vivamente questa parcellizzazione dell’essere umano operata, con una certa mania quasi chirurgica, e possiamo dirlo tranquillamente, dalla scienza medica, perché noi “abbiamo una visione olistica” dell’uomo (chi più chi meno!). E, questa “visione olistica” che ci contraddistingue è proprio la chiave dell’arcano, perché se da un lato ci permette di mantenere integro l’approccio all’uomo e l’uomo stesso, dall’altro, essendo ognuno di noi “un tutto” resta poco spazio per gli altri e la nostra visione del mondo, quella cioè di ognuno di noi, diviene spesso la sola visione possibile. Infatti nelle scuole di Naturopatia, di Omeopatia, di Shatsu, di Kinesiologia, eccetera eccetera (scusate ma l’elenco è veramente infinito), si studia sempre l’uomo (a volte utilizzando dei termini diversi da anatomia, fisiologia, patologia), ma “cercando” di tenerlo “tutto insieme”, senza suddividerlo a pezzetti, tecnica quest’ultima che pur potendo sembrare comoda nella pratica clinica, dal nostro punto di vista “fa un po’ perdere la visione dell’insieme”...”.
Eppure ognuna di tali discipline è, e deve essere, al tempo stesso, parcellizzazione del tutto e tutto l’intero. E allora com’è potuto succedere che detentori della visione olistica siano finiti in un labirinto apparentemente senza uscita?
Infatti l’uscita esiste, solo non è a noi “olistici” visibile, in quanto trattasi di concetto troppo semplice e perciò di difficile comprensione ad esseri umani così complessi al punto da non comprendere che neppure le discipline da noi praticate esistono, ma che esistono solo degli esseri che le stanno praticando.
E’ altrettanto chiaro che l’unica incognita del nostro avvenire siamo noi e solo noi.
